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Archive for agosto 2010

Scottature

Sono spugne per inchiostro
rosso, dondoli per falangi.

Sono carta per fermare
impronte digitali pallide

sopra un passaporto
che avvicina la lontananza.

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Non è che ci si sveglia con niente. Uno come minimo ti deve urlare nell’orecchio oppure toccarti il piede appena appena, poi ti svegli e comincia la giornata oggi che è un giorno d’estate del 1995. Io quel giorno ho 9 anni e comincio la giornata che prendo la bicicletta e dopo quattro curve che ci sono per arrivare al paese, sono in via Accadi dove c’è l’oratorio del mio paese. Dentro l’oratorio del mio paese c’è un campo da calcio pieno di sassi, i bar dove vendono il ghiacciolo a 600 lire, il calippo a 800, le caramelle e le liquirizie ripiene 50 lire cadauna. Nel campo da calcio ci sono sempre i bambini del mio paese e qualche volta viene pure il cugino di qualcuno dei bambini che di solito a giugno giocano a calcio nel campo dell’oratorio del mio paese in provincia di Varese.

Oggi aspetto fino alle sei di sera perché così tutti i bambini se ne vanno. Io quando i bambini hanno finito di tornare a casa, quando hanno slegato le biciclette, mi metto in mezzo al campetto e guardo la terra che sembra come un grosso biscotto sbriciolato per tutto il pomeriggio. Aspetto lì fino alle sei di sera perché così posso raccogliere qualche sasso che sembrano come delle briciole di un biscotto sbriciolato gigantesco. Io li porto a casa, li metto sotto al letto o nei cassetti aspettando di averne tanti perché poi ci costruisco un pianeta per me e basta. I sassi mi piacciono perché c’erano prima di tutto. Prima degli uomini c’erano i sassi, prima degli alberi c’erano i sassi, prima del mio paese c’erano i sassi. Mia nonna mi ha detto che prima dei sassi c’erano le parole e prima delle parole c’era Dio. Però per me c’erano prima i sassi delle parole. Prima di Dio non lo so. (altro…)

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Milano è una poesia con dentro te,
occhi azzurri che arrugginiscono binari
ossidi di ferro anche sul mio corpo
quindi, tutto quello che ho sperato
come fosse un contratto a progetto
era già scritto sui treni della ferrovia
sul tabellone delle coincidenze.

E l’impossibilità di perdersi
l’impossibilità di perdersi
l’impossibilità di perdersi
l’impossibilità di scegliersi.

Milano è una poesia con dentro te
abbracci che incollano all’asfalto nero
in cui sciogliersi d’estate, mutarsi,
quindi, tutto quello che mi hai detto
come fossero gocce di condensa
era già scritto nelle targhe di automobili
sul libretto di circolazione

E l’impossibilità di perdersi
l’impossibilità di perdersi
l’impossibilità di perdersi
l’impossibilità di scegliersi.

Milano è una poesia con dentro te
sentimenti così grandi che sembran manifesti
affissi alle nostre palpebre, disprezzeremo
la verità degli occhi buoni e da lontano
guarderemo ciechi alle nostre emozioni,
tutte già scritte sui libretti di istruzioni
nella casse degli ipermercati.

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Nel condominio di fianco a dove abitavo io nel 1996, viveva un bambino che parlava come un fax. Questo bambino era sempre seduto fermo sulle scale di fuori del condominio dove abitava. Quando gli chiedevi qualcosa tipo dove vai a scuola, lui rispondeva con i suoni che di solito fanno i fax per trasmettere documenti da un terminale a un altro.
I suoni che faceva delle volte erano degli acuti altissimi e improvvisi, mischiati con delle musiche che prendeva dal fondo dello stomaco. E da un fruscio interminato di foglie secche e plastica stropicciata. La prima volta che lo sentivi da vicino ti faceva un po’ paura perché non si era abituati a sentire un bambino parlare come un fax e allora lo guardavi male e lui scappava nell’ingresso del condominio, si nascondeva sotto le cassette della posta ad aspettare che te ne andavi. A scuola si raccontava che la verità della storia del bambino che parlava come un fax era abbastanza strana e i suoi genitori non la volevano che si raccontava in giro.

Il bambino che parlava come un fax, una volta, era un bambino che parlava come un bambino normale come eravamo noi alla sua età. Era uno che a calcio giocava anche bene come difensore e aveva raggiunto il punteggio record di 12.675 con una partita unica a Super Mario fatta col GameBoy mentre era seduto al tavolo del bar dell’oratorio almeno cinque anni fa. Se un giorno non si fosse accorto che usava sempre le stesse parole per parlare, sarebbe rimasto normale come sempre. (altro…)

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