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Archive for the ‘Racconti’ Category

L’ultima volta che mi sono fatto la pipì addosso avevo sei anni, la maglietta dei Biker Mice da Marte e un regalo impacchettato per Martina, sette anni, una mia compagna di classe femmina.

Le mie compagne di classe femmine mi stanno antipatiche perchè sono femmine. La regola delle femmine è che loro possono tirarti i calci negli stinchi ma te non puoi fargli niente perchè mia nonna dice che non è giusto. Io alle femmine della mia classe non gli rompo le scatole, tipo non è che tiro I capelli o gli slaccio la cartella sulle scale, però ogni tanto le prendo un pò in giro ma solo per ridere. Le femmine della mia classe, oltre a non avere il pistolino, non hanno nemmeno mai voglia di ridere, percui mi tirano i calci sugli stinchi. (altro…)

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Mia mamma

Mia mamma era una persona che quando era giovane sembrava come le attrici belle del cinema che c’erano nei film francesi, solo che lei era italiana. Per la precisione di Biella. Quando si è innamorata di suo marito, lui se l’è sposata subito senza perdere tempo. Dopo due giorni che io sono nato ed ero piccolo, lui sempre senza perdere tempo è morto. Il giorno dopo l’infermiera ha detto a mia mamma che ero proprio un bel bambino.

Mia mamma da quando è morto suo marito ha cominciato ad invecchiare e nelle foto sembrava sempre più bella di come era adesso. Nelle foto mia mamma abitava in un mondo in bianco e nero perfetto e immobile quando era abbracciata a mio padre. Mentre dietro di loro si muovevano sulle strade ferme le macchine, sul fondo della foto c’era una macchia bianca enorme che cancellava i piedi di tutti e due. (altro…)

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Mia nonna una volta mi ha raccontato la storia di un bambino a cui si è tagliata la testa. Questo bambino era in macchina con la sua mamma ed era estate e faceva caldo, dato che il bambino era siciliano. Questo bambino siciliano per prendere un po’ di fresco, ha quindi tirato fuori la testa dal finestrino ed era felice perchè c’era un vento forte che gli entrava tutto dentro rinfrescandolo. Poi un camion grosso è passato e gli ha tagliato via la testa al bambino.

Un altro metodo che hanno i bambini per non avere più la testa è quello di bere così veloce la granita che la testa ti si esplode. Sempre in Sicilia, una volta è successo. (altro…)

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Nella mia classe alle medie tutti ascoltavano Gigi D’Agostino e venivano con il suo CD per ascoltarlo insieme in classe all’intervallo mentre io in cortile mangiavo la Delice. Nella mia classe le femmine avevano i peli sotto le ascelle e poi l’anno dopo sono scomparsi. Nella mia classe il lunedì alla terza ora avevamo Ed. Fisica e i maschi nello spogliatoio mentre si cambiavano parlavano di cosa avevano visto il sabato. Nella mia classe il sabato tutti i maschi guardavano Penthouse.

Il sabato a mezzanotte dopo Maurizio Mosca o Superzap (dove facevano vedere il Carnevale di Rio i boscaioli e le sfilate di intimo) su Antenna 3 c’era Penthouse. Partiva con uno sfondo nero con riflessi tipo tessuto dove dopo un po’ compariva la chiave e poi il nome. Facevano vedere in media 4 ragazze per sera e il lunedì ce lo raccontavamo tutto. Mi ricordo che la prima volta non sapevo cos’era, ma sapevo che era una cosa che non potevo vedere con i miei. (altro…)

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Non è che ci si sveglia con niente. Uno come minimo ti deve urlare nell’orecchio oppure toccarti il piede appena appena, poi ti svegli e comincia la giornata oggi che è un giorno d’estate del 1995. Io quel giorno ho 9 anni e comincio la giornata che prendo la bicicletta e dopo quattro curve che ci sono per arrivare al paese, sono in via Accadi dove c’è l’oratorio del mio paese. Dentro l’oratorio del mio paese c’è un campo da calcio pieno di sassi, i bar dove vendono il ghiacciolo a 600 lire, il calippo a 800, le caramelle e le liquirizie ripiene 50 lire cadauna. Nel campo da calcio ci sono sempre i bambini del mio paese e qualche volta viene pure il cugino di qualcuno dei bambini che di solito a giugno giocano a calcio nel campo dell’oratorio del mio paese in provincia di Varese.

Oggi aspetto fino alle sei di sera perché così tutti i bambini se ne vanno. Io quando i bambini hanno finito di tornare a casa, quando hanno slegato le biciclette, mi metto in mezzo al campetto e guardo la terra che sembra come un grosso biscotto sbriciolato per tutto il pomeriggio. Aspetto lì fino alle sei di sera perché così posso raccogliere qualche sasso che sembrano come delle briciole di un biscotto sbriciolato gigantesco. Io li porto a casa, li metto sotto al letto o nei cassetti aspettando di averne tanti perché poi ci costruisco un pianeta per me e basta. I sassi mi piacciono perché c’erano prima di tutto. Prima degli uomini c’erano i sassi, prima degli alberi c’erano i sassi, prima del mio paese c’erano i sassi. Mia nonna mi ha detto che prima dei sassi c’erano le parole e prima delle parole c’era Dio. Però per me c’erano prima i sassi delle parole. Prima di Dio non lo so. (altro…)

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Nel condominio di fianco a dove abitavo io nel 1996, viveva un bambino che parlava come un fax. Questo bambino era sempre seduto fermo sulle scale di fuori del condominio dove abitava. Quando gli chiedevi qualcosa tipo dove vai a scuola, lui rispondeva con i suoni che di solito fanno i fax per trasmettere documenti da un terminale a un altro.
I suoni che faceva delle volte erano degli acuti altissimi e improvvisi, mischiati con delle musiche che prendeva dal fondo dello stomaco. E da un fruscio interminato di foglie secche e plastica stropicciata. La prima volta che lo sentivi da vicino ti faceva un po’ paura perché non si era abituati a sentire un bambino parlare come un fax e allora lo guardavi male e lui scappava nell’ingresso del condominio, si nascondeva sotto le cassette della posta ad aspettare che te ne andavi. A scuola si raccontava che la verità della storia del bambino che parlava come un fax era abbastanza strana e i suoi genitori non la volevano che si raccontava in giro.

Il bambino che parlava come un fax, una volta, era un bambino che parlava come un bambino normale come eravamo noi alla sua età. Era uno che a calcio giocava anche bene come difensore e aveva raggiunto il punteggio record di 12.675 con una partita unica a Super Mario fatta col GameBoy mentre era seduto al tavolo del bar dell’oratorio almeno cinque anni fa. Se un giorno non si fosse accorto che usava sempre le stesse parole per parlare, sarebbe rimasto normale come sempre. (altro…)

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Dentro casa mia pioveva l’acqua. Il soffitto gocciolava e le bolle bianche sui muri quando scoppiavano non facevano nessun rumore ma lasciavano in giro un bel po’ di pezzi bianchi di pioggia. Io le bolle non le schiacciavo perché sicuramente sarebbe uscito qualcosa di cattivo, tipo un mostro proprio come quelli dei film. Anche le pareti piovevano e anche il pavimento e i mobili piovevano. I vetri bagnati delle finestre facevano vedere la pioggia in trasparenza.

Nella mia casa pioveva l’acqua perché sopra abitava il signore delle nuvole. Questo signore delle nuvole era come se fosse un vecchio e aveva le rughe, la dentiera e tutte quelle cose che di solito hanno i vecchi prima di decidere di morire. Il signore non si chiamava e non lo chiamavano in nessun modo, questo perché sul nome del campanello c’era solo uno spazio vuoto bianco. Quando lo incontravamo gli dicevamo salve signore, oppure solo salve. Ma se però eravamo in casa tutti lo chiamavamo “il vecchio” oppure “il vecchio del piano di sopra”. Dal marciapiede che era di fronte alla mia casa io, quando tornavo a piedi da scuola vedevo sempre il vecchio che fissava con la faccia le nuvole che correvano nel cielo. Da quel giorno che l’ho visto per la prima volta alla finestra mi sembrava giusto che lo chiamassi “il signore delle nuvole”.

Il signore delle nuvole si muoveva pianissimo. E ogni volta che era pronto per raggiungere il prossimo scalino sembrava che si muoveva tutto, cambiava la forma del suo corpo e si lasciava trasportare dal vento che entrava dal portone pesante dell’ingresso, fino all’appartamento del terzo piano che usava per vivere e per fissare le nuvole nei suoi occhi. (altro…)

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